Il fascismo è una grande mobilitazione di forze materiali e morali. Che cosa si propone? Lo diciamo senza false modestie: governare la Nazione. Con quale programma? Col programma necessario ad assicurare la grandezza morale e materiale del popolo italiano. Parliamo schietto. Non importa se il nostro programma concreto...non è antitetico ed è piuttosto convergente con quello dei socialisti, per tutto ciò che riguarda la riorganizzazione tecnica, amministrativa e politica del nostro Paese. Noi agitiamo dei valori morali e tradizionali che il socialismo trascura o disprezza; ma soprattutto lo spirito fascista rifugge da tutto ciò che è ipoteca arbitraria sul misterioso futuro.
Benito Mussolini

venerdì 27 gennaio 2012


CONSIDERAZIONI SUL REATO DI “NEGAZIONE DELLA SHOAH”
di Carlo Mattogno
La recente proposta di Pacifici ha riportato in primo piano, dopo il tentativo abortito della “legge Mastella”, la questione del reato di “negazione della Shoah”. La discussione che ne è seguita è palesemente monca, perché si affrontano da un lato ignoranti presuntuosi e forcaioli che non hanno la più pallida idea di che cosa sia il revisionismo storico, dall’altro paladini della libertà di espressione che non ne sanno parimenti nulla.. Gli uni e gli altri sono però concordi nello svilire il revisionismo a mero “negazionismo”, che ne è una semplice parodia denigratoria.
Il primo punto da chiarire è perché gli elementi più estremisti dell’ebraismo italiano vogliono una legge contro il revisionismo. Le motivazioni addotte, penosamente puerili, tradiscono la loro funzione di facciata. Il motivo vero è che in Italia non esiste una storiografia olocaustica; non esiste un libro olocaustico degno di figurare in una bibliografia estera[1]; non esiste un solo storico di rilevanza internazionale (di grazia, non si tiri in ballo il presunto “esperto” mondiale Marcello Pezzetti, le cui conoscenze su Auschwitz sono appena appena superiori a quelle dei liceali che accompagna in visita al campo); non esiste un centro di studi olocaustici serio. In pratica, in Italia non esiste nessuno che possa contrastare in modo efficace il revisionismo. E il Centro di Documentazione ebraica di Milano (che, al massimo, è capace di catalogare atti, scritte e siti “antisemiti”) è il simbolo di questa impotenza.
La situazione è tanto tragica che, a tenere una lezione “riparatrice” all’Università di Teramo, per rimediare ai presunti nefasti del prof. Claudio Moffa, è stata invitata nientemeno che Valentina Pisanty[2], la nota esperta in Cappuccetto Rosso, che all’estero sarebbe chiamata al massimo negli asili per raccontare le favole ai bimbetti. En passant, sono dodici anni che aspetto la sua risposta al mio studio L' “irritante questione” delle camere a gas ovvero da Cappuccetto Rosso ad Auschwitz. Risposta a Valentina Pisanty (Graphos, Genova, 1998)[3], la replica al suo tanto (ingiustamente) decantato L’irritante questione delle camere a gas (Bompiani, Milano, 1998). È davvero deprimente vedere come la nostra dottoressa si ostini ancora a ripetere ossessivamente per ogni dove le sue fantasiose congetture ormai arciconfutate da oltre un decennio.
Tempo fa ho lanciato agli “esperti” di La Repubblica questo invito:
«Agli olo-sproloquiatori di casa nostra, che non sanno neppure com’è fatto un archivio e non hanno mai visto un documento tedesco originale, rinnovo l’ invito:
Il mio studio di 715 pagine Le camere a gas di Auschwitz. Studio storico-tecnico sugliindizi criminalidi Jean-Claude Pressac e sullaconvergenza di provedi Robert Jan van Pelt. (Effepi, Genova, 2009), fresco frutto della mia “sconfitta” culturale, è a disposizione di tutti. Se è pseudostorico, se imbroglia le carte, se contiene deliranti bugie, se è insensato, dimostratelo. Se avete ragione, sarà semplicissimo sbugiardarmi pubblicamente, in più otterrete anche la vostra “vittoria” definitiva. Ma se non lo fate, dimostrerete, altrettanto pubblicamente, di essere soltanto degli emeriti buffoni»[4].
Nel frattempo è uscito un altro mio studio importante, che aggiungo al dossier sulle camere a gas: Auschwitz: assistenza sanitaria, “selezione” e “Sonderbehandlung” dei detenuti immatricolati (Effepi, Genova, 2010)[5], 333 pagine, 60 documenti.
Rinnovo l’invito a tutti gli anti-“negazionisti” italiani: invece di proporre leggi assurde, confutate questi due libri: se non lo farete, dimostrerete di essere soltanto degli emeriti cialtroni.
Per istituire il reato di “negazione” della Shoah bisognerebbe anzitutto chiarire che cosa si intende per Shoah. La definizione comunemente accettata è quella esposta da Michael Shermer e Alex Grobman: «l’uccisione di sei milioni di persone, le camere a gas e l’intenzionalità»[6].
L’eventuale legge dovrà allora assume i 6 milioni come dato “innegabile”? In questo caso, tra l’altro, sarebbero fuori legge non solo Gerald Reitlinger, che postulò da un minimo di 4.194.200 a un massimo di 4.581.000 vittime[7], ma perfino lo storico olocaustico per eccellenza, Raul Hilberg, che ne assunse 5.100.000[8]. Risulta perciò evidente che la cifra dei “sei milioni” è tutt’altro che “innegabile”.
La situazione non è migliore per quanto riguarda il secondo punto, le camere a gas. Nella tabella che segue riassumo lo stato delle conoscenze olocaustiche al riguardo:
campo di sterminio
Numero delle camere a gas
numero delle vittime
secondo l’Enzyklopädie des Holocaust
prove documentarie e/o materiali
Chelmno
2 o 3 “Gaswagen”
152.000-320.000
nessuna
Belzec
3, poi 6
600.000
nessuna
Sobibor
3
250.000
nessuna
Treblinka
3, poi 6 o 10
738.000
nessuna
totale
23 o 28
1.740.000-1.908.000
nessuna

In pratica la storiografia olocaustica afferma che nei suddetti campi di sterminio siano esistite da 23 a 28 camere a gas (fisse o mobili), in cui sarebbero stati gasati da 1.740.000 a 1.908.000 Ebrei senza che sussista la minima prova documentaria o materiale. Tutto è rimesso a testimonianze contrastanti del dopoguerra, spesso palesemente false.
Passiamo al campo di Auschwitz. Ecco il quadro della situazione relativo alle camere a gas provvisorie:
impianto
numero delle
camere a gas
prove documentarie e/o
materiali
«indizi criminali»
crematorio I
1
nessuna
nessuno
“Bunker 1”
2
nessuna
nessuno
“Bunker 2”
4
nessuna
nessuno

Con queste, le camere a gas per le quali non esiste nessuna prova documentaria o materiale salgono a 30-35.
Per i crematori di Birkenau, Pressac nel 1989[9] annunciò la scoperta di 39 «indizi criminali» (criminal traces), non «prove», si badi bene, così ripartiti:
crematorio II: 11
crematorio III: 7
crematori IV e V: 15.
Al numero summenzionato Pressac era giunto sommando anche le varie menzioni del medesimo indizio. In realtà, raggruppando nelle singole voci le numerose ripetizioni, gli «indizi criminali» si riducevano a 9. Nel 1993 egli aggiunse altri 6 indizi[10] e uno fu trovato successivamente da Robert Jan van Pelt[11].
Curiosamente (si fa per dire), nessun indizio relativo al crematorio II è posteriore alla data della deliberazione di consegna dell'impianto da parte della Zentralbauleitung all'amministrazione del campo (31 marzo 1943). Secondo Pressac, questo crematorio avrebbe funzionato
«come camera a gas omicida e impianto di cremazione dal 15 marzo 1943, prima della sua entrata in servizio ufficiale il 31 marzo, al 27 novembre 1944, annientando un totale di circa 400.000 persone, in massima parte donne, vecchi e bambini ebrei»[12].
È vero che Pressac in seguito ha drasticamente ridimensionato questa cifra, ma è anche vero che van Pelt attribuisce a questo impianto ben 500.000 vittime.
La presunta camera a gas omicida del crematorio II avrebbe dunque funzionato per oltre 20 mesi, sterminando 500.000 persone, senza lasciare neppure un misero «indizio criminale»!
Per il crematorio III, nessun indizio è posteriore alla data della deliberazione di consegna dell'impianto (24 giugno 1943). In questo crematorio, secondo Pressac, furono gasate e cremate 350.000 persone. Per i crematori IV e V l'indizio più tardo risale ad appena un paio di settimane dopo la deliberazione di consegna dell'impianto (4 aprile 1943). In questi due crematori, secondo Pressac furono gasate e cremate 21.000 persone. Dunque nei quattro crematori sarebbero state gasate 771.000 persone in oltre 20 mesi senza che al riguardo nell'archivio della Zentralbauleitung sia rimasto un solo «indizio criminale», mentre invece numerosi documenti attestano i guasti frequenti che si verificarono agli impianti di cremazione.
Nello studio già menzionato Le camere a gas di Auschwitz. Studio storico-tecnico sugli «indizi criminali» di Jean-Claude Pressac e sulla «convergenza di prove» di Robert Jan van Pelt ho esposto una critica totale e radicale delle posizioni di questi due storici.
Ma, a parte ciò, “negare” le camere a gas di un singolo campo di sterminio significa “negare la Shoah”? E “negare” una singola camera a gas di Auschwitz? Ciò, per quanto riguarda i primi quattro campi e i primi tre impianti di Auschwitz, significherebbe dare rilevanza di “innegabilità” a semplici testimonianze (per di più contrastanti); per i crematori di Birkenau, elevare al rango di dogma indiscutibile interpretazioni personali errate, spesso fantasione e qualche volta perfino in aperta malafede.
E come la mettiamo col numero delle vittime? Il tribunale di Norimberga sancì la favola sovietica dei 4 milioni; dopo il crollo dell’Unione Sovietica, il Museo di Auschwitz lo ridimensionò a 1.100.000[13], ma stranamente sulle targhe marmoree che prima recavano la cifra dei 4 milioni fu poi iscritta quella di un milione e mezzo.
Qual è allora la cifra “innegabile”? Un milione e cento mila? Oppure un milione e mezzo? In entrambi i casi sarebbero fuori legge sia Jean-Claude Pressac, che dichiarò da 611.000 a 711.000 vittime[14], sia Fritjof Meyer, all’epoca caporedattore di Der Spiegel (Amburgo), che parlò di 510.000[15].
E che dire dell’attività degli Einsatzgruppen? A questo riguardo il revisionismo contesta:
1) che gli Einsatzgruppen avessero l’ordine di sterminare gli Ebrei in quanto Ebrei;
2) l’entità delle fucilazioni realmente effettuate.
Nessuno dei due punti può essere storicamente “innegabile”.
Al congresso di Stoccarda (3 a 5 maggio 1984) Helmut Krausnick si occupò in modo specifico «delle testimonianze e degli indizi esistenti circa l'eventuale impartizione di un ordine di fucilazione degli Ebrei». Su questo tema egli dichiarò:
«Riguardo alle questioni relative a quando, dove, da chi e per quale cerchia di persone un tale ordine fosse stato trasmesso agli Einsatzgruppen, le deposizioni rese dopo la guerra non concordano – o non concordano più».
Indi aggiunse che
«più importante della questione di chi abbia trasmesso l'ordine di uccisione, è indubbiamente quella di sapere se e quando sia stato impartito, e a quale cerchia di persone»[16].
Se, da chi, quando, a chi! La storiografia olocaustica al riguardo brancola nel buio totale.
Per quanto riguarda la cifra delle vittime, nel libro edito da W. Benz Dimensione del genocidio appare una statistica comparata dei dati di G. Wellers, di G. Reitlinger, di R. Hilberg e dell’Enciclopedia dell’Olocausto. Riguardo all’Unione Sovietica (attività degli Einsatzgruppen) in essa figura una cifra minima di 750.000 (G. Reitlinger) e una cifra massima di 2.100.000 (W. Benz)[17]. La “negazione” di quale cifra costituirebbe allora reato?
Il terzo elemento che definisce la Shoah è l’intenzionalità, ossia una volontà omicida concretizzatasi in un ordine di sterminio, il fantomatico Führerbefehl. Anche qui si naviga nelle tenebre. Come è noto, la corrente funzionalista o strutturalista ha fatto scempio delle ipotesi intenzionaliste propugnate a Norimberga, riducendo il presunto ordine di sterminio a un «cenno della testa» di Hitler o a una «lettura di pensieri concordanti» tra Hitler e i suoi gerarchi![18].
Sarà dunque reato “negare” qualcosa che, per ammissione di una corrente della storiografia olocaustica, non è mai esistito?
Il caso francese della famigerata legge Fabius-Gayssot (13 luglio 1990) illustra bene le acrobazie funamboliche in cui i giuristi locali si sono esibiti per tentare di sostanziare in qualche modo la legge antirevisionista. L’articolo 9 afferma infatti che «saranno puniti con le pene previste dalla sesta riga dell’articolo 24 coloro che avranno contestato, con uno dei mezzi enunciati all’articolo 23, l’esistenza di uno o più crimini contro l’umanità quali sono definiti dall’articolo 6 dello statuto del tribunale militare internazionale allegato all’accordo di Londra dell’9 agosto 1945 e che sono stati commessi sia dai membri di una organizzazione dichiarata criminale in applicazione dell’articolo 9 del suddetto statuto, sia da una persona riconosciuta colpevole di tali crimini da una giurisdizione francese o internazionale»[19].
Ma l’articolo 6 dello statuto di Londra si limita semplicemente a definire formalmente i tre tipi di crimini da attribuire ai nazisti (crimini contro la pace, crimini di guerra e crimini contro l’umanità)[20]. Si potrebbe allora pensare che i giudici francesi si basino sul dibattimento e sulla sentenza del processo di Norimberga. Se ciò fosse vero, dovrebbero condannare anche chi nega che l’eccidio di Katyn fu commesso dai Tedeschi, chi nega che a Belzec l’uccisione avvenisse mediante corrente elettrica e a Treblinka per mezzo di “camere a vapore”, chi nega che le vittime di Auschwitz furono 4 milioni e quelle di Majdanek un milione e mezzo (la cifra ufficiale attuale è 78.000) e anche chi nega che i Tedeschi usassero il grasso umano per fabbricare sapone. Tutte “verità” sancite a Norimberga.
Il riferimento al processo di Norimberga è fin troppo chiaramente pretestuoso, in quanto con esso si finge di introdurre un criterio di giudizio storico oggettivo, mentre invece l’interpretazione della legge è lasciata all’arbitrio del giudice.
Concludendo, “negare la Shoah” storicamente non significa nulla, perché, contrariamente a quanto credono gli ignoranti, essa non è un fatto, meno che mai un fatto univoco e innegabile, bensì una congerie straordinariamente complessa di interpretazioni di fatti reali, di affermazioni indimostrate e di supposizioni aleatorie.
Il reato di “negazione della Shoah”, senza un elenco preciso di tutti i suoi aspetti “innegabili”, sarebbe pertanto giuridicamente aberrante; esso costituirebbe per di più un becero atto di vero negazionismo: la negazione della libertà di opinione in campo olocaustico, l’unico campo storico che, negli intendimenti degli intolleranti fautori della legge, dovrebbe essere sottratto a suon di galera alla critica.
Carlo Mattogno
23 ottobre 2010


[1] Coll’unica eccezione dell’opera di Liliana Picciotto Fargion Il libro della memoria (Mursia, Milano, 1991), che però è un semplice elenco di nomi.
[2] Teramo, contro le tesi negazioniste spunta una lezione “riparatrice”, in:
[3] In rete: edizione riveduta, corretta e aggiornata (2009): http://vho.org/aaargh/fran/livres7/CMCappuccetto.pdf.
[4] La “Repubblica” del Delirio o i Teppisti della Disinformazione, in:
[5] La Prima Parte del libro presenta, sulla base di documenti ignoti alla storiografia ufficiale o da essa volutamente ignorati, una trattazione sulle condizioni di vita dei detenuti ad Auschwitz, con particolare riferimento all’assistenza sanitaria; dunque non solo non “nega” nulla, ma “afferma” aspetti della vita del campo “negati” dalla storiografia ufficiale.
[6] Negare la storia. L’Olocausto non è mai avvenuto: chi lo dice e perché. Editori Riuniti, Roma, 2002, p. 28.
[7] La soluzione finale. Il tentativo di sterminio degli ebrei d’Europa 1939-1945. Casa Editrice Il Saggiatore, Milano, 1965, p. 612.
[8] La distruzione degli ebrei d’Europa. Einaudi, Torino, 1995, pp. 1318-1319.
[9] J.-C. Pressac, Auschwitz: Technique and operation of the gas chambers. The Beate Klarsfeld Foundation, New York, 1989
[10] J.-C. Pressac, Le macchine dello sterminio. Auschwitz 1941-1945. Feltrinelli, Milano, 1994.
[11] R.J. van Pelt, The Case for Auschwitz. Evidence from the Irving Trial. Indiana University Press, Bloomington and Indianapolis, 2002.
[12] J.-C. Pressac, Auschwitz: Technique and operation of the gas chambers, op. cit., p. 183.
[13] Franciszk Piper, Die Zahl der Opfer von Auschwitz. Verlag des Staatliches Museum in Oświęcim, 1993.
[14] Le macchine dello sterminio. Auschwitz 1941-1945. Feltrinelli, Milano, 1994, p. 173
[15] «Die Zahl der Opfer von Auschwitz. Neue Erkenntnisse durch neue Archivfunde», in: Osteuropa. Zeitschrift für Gegenwartsfragen des Ostens, n. 5, 2002, pp. 631-641.
[16] Eberhard Jäckel, Jürgen Rohwer (a cura di), Der Mord an den Juden im Zweiten Weltkrieg. Entschlußbildung und Verwirklichung. Deutsche Verlags-Anstalt, Stoccarda, 1985, p. 91.
[17] Dimension des Völkermords. Die Zahl der jüdischen Opfer des Nationalsozialismus”. R. Oldenbourg Verlag, Monaco, 1991, p. 16.
[18] Vedi al riguardo il mio studio Hitler e il nemico di razza. Il nazionalsocialismo e la questione ebraica. Edizioni di Ar, 2009.
[20] Atti del processo di Norimberga, edizione tedesca, vol. I, pp. 11-12.

giovedì 15 dicembre 2011

CHI COMANDA?

io dico che è possibile tracciare il profilo netto del nemico, di chi tiene le redini di questo “mostro” che è il capitalismo e di chi ha voluto che la storia venisse manipolata secondo i desideri di profitto di pochi utilizzando lo sfruttamento dei molti. Non è un gioco a chi la spara più grossa o un tentativo di tirare il colpo a sensazione riproponendo le vecchie teorie della cospirazione nate per far sorridere la gente: qui la cospirazione c’è veramente ed è drammaticamente reale, esiste un’alleanza fra poteri economici che hanno deciso di deviare gli eventi al solo scopo di accrescere le proprie fortune. Nicholas Murray Butler, presidente della Columbia University, membro del Council of Foreign Relations e capo del British Israel disse: “Il mondo si divide in tre categorie di persone: un piccolissimo numero che fa produrre gli avvenimenti; un gruppo un po’ più importante che veglia alla loro esecuzione e assiste al loro compimento e infine una vasta maggioranza che giammai saprà ciò che in realtà è accaduto”. Beh, quel piccolissimo gruppo in cima alla catena alimentare della società umana è il quartier generale del nemico principale.
Vi sono alcune famiglie nel mondo che possiedono tutte la maggiori banche internazionali e le maggiori multinazionali nei settori industriali chiave, decidono le politiche dei governi e comandano a bacchetta le principali istituzioni.
Ideatrice di questo sistema fu, all’incirca trecento anni fa, la famiglia Rothschild, famiglia di banchieri con l’hobby del dominio planetario. Già nel 1770 la teoria elaborata prevedeva la soppressione dei governi nazionali e la concentrazione del potere in organi sovranazionali gestiti da un ristretto gruppo di banchieri internazionali, nello specifico si indicavano le seguenti necessità: creare la divisione delle masse in campi opposti attraverso la politica, gli aspetti sociali, la religione, l’etnia e se necessario armarli e provocare incidenti in modo che combattano e si indeboliscano sempre più; corrompere e quindi rendere ricattabili politici e uomini di potere all’interno di ogni stato; scegliere i nuovi governanti tra gli elementi più servili; avere il controllo dell’istruzione così da instradare gli elementi migliori verso le attività di controllo; assicurarsi che le decisioni più importanti ad ogni latitudine siano confacenti al “progetto”; controllare la stampa per manipolare la gente attraverso l’informazione. Nel 1871 il piano viene ulteriormente completato con la teoria delle tre guerre mondiali (elaborata da Albert Pike), guerre che avrebbero dovuto generare un tale desiderio di pace da far accettare a tutti i popoli un unico governo mondiale. Secondo il piano la prima guerra mondiale sarebbe servita a stabilire il controllo totale su Europa, Stati Uniti d’America e Russia; la seconda guerra mondiale avrebbe dovuto consentire la creazione di due blocchi contrapposti e la nascita di Israele; la terza prevedeva il conflitto finale fra paesi islamici e Israele con il seguito di alleati. Manca quindi solo più un tassello alla realizzazione del loro progetto. In quasi 300 anni di attività queste famiglie hanno affinato tecniche e sistemi di controllo, hanno basato la loro strategia sul potere del denaro e del sistema bancario per strangolare paesi e intere ragioni della terra. Queste famiglie che controllano il pianeta attraverso i loro potentati economici sono: Astor, DuPont, Rockefeller, Rothschild, Van Duyn, Warburg, Lazard, Kuhn-Loeb, Goldman Sachs, Israel Moses Seif, Paterson, Morgan, Hammer e Goldsmith.
Il governo del mondo avviene attraverso i gruppi decisionali legati alle famiglie che dettano le politiche attraverso i loro uomini nelle istituzioni. I principali gruppi di studio dove si elaborano le scelte che ci piovono sulla testa sono: Aspen Institute, Gruppo Bilderberg, Bohemian Grove, Centro Studi Strategici e Internazionali, Club di Roma, Council on Foreign Relations, Fondazione Rockefeller, Skull&Bones, Trilateral Commission. Gli esecutori degli ordini sono: Organizzazione di Cooperazione e di Sviluppo Economico, NATO, Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale, WTO, Federal Reserve, Banca Centrale Europea.
Circa l’80% di tutte le ricchezze del mondo è nelle mani del 2% delle famiglie. Famiglie che non appaiono mai sui media, nemmeno nelle classifiche sugli uomini più ricchi, poiché esse sono talmente ricche e potenti da doversi nascondere. Queste famiglie decidono su cosa e come investire, cosa produrre e dove. Agiscono senza alcuna morale né limite legislativo. Decidono guerre e comprano paesi interi. Questa è la triste realtà dell’economia mondiale, che vi piaccia oppure no a loro non interessa.
Chiedo solo una cortesia ai lettori: controllate i punti dei programmi, confrontate i fatti e le decisioni prese nella storia dal 1800 ad oggi, i nomi indicati e cercate di sgombrare la mente da tutte le bugie con cui vi hanno nutrito fin dalla nascita. Traetene le conclusioni: il nemico principale è lì.

Emiliano

martedì 6 dicembre 2011

E' BENE SAPERE CHE CI SONO...

Aziende Israeliane presenti in Italia:

- CARMEL (frutta e verdura)
- JAFFA (frutta e verdura)
- KEDEM (avocadi)
- CORAL (ciliege)
- TOP (frutta e verdura)
- BEIGEL (biscotti)
- HASAT (agrumi)
- SABRA (cibi pronti)
- OSEM (cibi pronti)
- DAGIR (conserve pesce)
- HOLYLAND (miele, erbe)
- AMBA (conserve)
- GREEN VALLEY (vino)
- TIVALL (prodotti vegetariani)
- AGROFRESH (cetrioli)
- JORDAN VALLEY (datteri)
- DANA (pomodori e ciliege)
- EPILADY (apparecchi depilazione)
- AHAVA (cosmetici)

MULTINAZIONALI CHE SOSTENGONO ATTIVAMENTE LO STATO DI ISRAELE:

- COCA-COLA (aquarius, cherry coke, fanta, nestea, sprite, minute maid,
tropical)
- DANONE (arvie, badoit, belin, bledina, phosphatine, chipster, evian,
galbani, gervais, heudebert, LU, taillefine, volvic)
- NESTLE' (aquarel, cheerios, crunch, frigor, friskies, galak, golden grahams,
kit-kat, maggi, mousline, nescafè, ricorè, quality street, vittel, perrier,
buitoni)
- INTEL (informatica)
- L'OREAL (biotherm, cacharel, giorgio armani, lancome, vichy, roche-posay,
garnier, rubinstein, gemey-maybelline, jean-louis david, redken 5th avenue,
ralph lauren, ushuaia)
- ESTEE LAUDER (aramis, clinique, la mer, DKNY, tommy hilfiger)
- LEVI STRAUSS (celio)
- TIMBERLAND
- DISNEY
- NOKIA
- MCDONALDS
- CATERPILLAR
- UNILEVER
- ACCORHOTEL (etap, ibis, mercure, novotel, sofitel)

AZIENDE ITALIANE CHE HANNO RICHIESTO E OTTENUTO ALLA COMUNITA' EBRAICA LA
CERTIFICAZIONE KOSHER

- AMARETTO SARONNO
- FERRERO
- SAN BENEDETTO
- ZUEGG
- BARILLA
- AGNESI
- LOACKER
- MUTTI
- L'ANGELICA
- PERUGINA
- DIETORELLE
- MELEGATTI
- ICAM
- DIVELLA
- DOLCEAMARO
- COLAVITA
- ALISUD
- BINGO
- TOTTIS
- MATALUNI
- CRICH
- NOVA FRUTTA
- CALLIPO
- COSTADORO
- BOLERO
- MAKPROGRES
- SORINI
- CONTI CONFETTERIE
- OSCAR
- PERNIGOTTI
- MOLINO BORGO SAN DALMAZZO
- SOLANIA
- CONSERVE FRANZESE
- VOZA
- EURONUT
- VALLI ESTENSI
- AGRUMIGEL

venerdì 25 novembre 2011

Israeliani brava gente...

Seguendo le notizie israeliane ed ebraiche ci viene rivelato un fatto devastante, che non ci sono ‘soltanto’ i soldi. Ci potrebbero essere anche gli organi umani. Qualche settimana fa siamo venuti a conoscenza di un gruppo di rabbini americani che erano stati arrestati nel New Jersey con il sospetto di traffico di organi umani (oltre a molti altri crimini). Il rabbino Levy Izhak Rosenbaum, si legge, adescava “persone vulnerabili per convincerli a vendere un rene a 10,000 dollari, che lui avrebbe poi facilmente rivenduto a 160,000 dollari”.
[...]
Per anni abbiamo sentito le accuse dei Palestinesi che Israele era “coinvolto nel traffico di organi”. Abbiamo inoltre appreso che la famiglia di Alastair Sinclair, un turista scozzese che si è impiccato in una prigione israeliana, “è stata costretta ad intentare causa perché ritornasse a casa. Con alcune parti del corpo mancanti”.

Nel 2002 il Teheran Times ha riportato: “lo stato sionista ha tacitamente ammesso che i medici dell’istituto di medicina legale israeliano di Abu Kabir avevano espiantato gli organi vitali di tre ragazzini palestinesi uccisi dall’esercito israeliano dieci giorni fa. Il ministro della sanità sionista Nessim Dahhan ha detto in risposta alla domanda di martedì scorso di Ahmed Teibi, un membro arabo del parlamento sionista ‘Knesset’, che non poteva negare che gli organi dei giovani e dei bambini palestinesi uccisi dalle forze israeliane venissero espiantati per i trapianti o per la ricerca scientifica”.

Ma adesso la notizia del traffico di organi umani israeliano si sta diffondendo attraverso i principali media occidentali. Il più grande quotidiano online israeliano, Ynet, ha riportato oggi che “il maggiore quotidiano svedese Aftonbladet affermava in uno dei suoi articoli che i soldati dell’IDF uccidono i Palestinesi per commerciarne gli organi”.

Alcune settimane fa abbiamo avuto un dibattito sul PTT [Palestine Think Tank] sulla questione se il Sionismo è o meno un apparato coloniale. Una delle argomentazioni materialistiche contro la percezione del Sionismo come una pratica coloniale era che la Palestina non è mai stata economicamente molto allettante; non ha il petrolio, l’oro né i minerali. Ma adesso potrebbe cambiare tutto. Le persone che si specializzano nel furto di organi potrebbero trovare il loro paradiso in Palestina.
[...]
In fin dei conti, dopo che abbiamo visto l’esercito israeliano scaricare enormi quantità di fosforo bianco sulla popolazione civile in pieno giorno, dopo che abbiamo visto gli Israeliani radunarsi in massa allegramente sulle colline intorno a Gaza solo per vedere come i loro militari spargono la morte e la sofferenza fisica alla maniera di un genocidio, e dopo che abbiamo letto che il 94% degli Israeliani hanno sostenuto la campagna militare dell’IDF contro gli anziani, le donne e i bambini, la gran parte dei quali erano rifugiati senza nessun posto dove scappare e cercare altro rifugio, il furto di organi sembra un “crimine leggero”.

Se le accuse del quotidiano svedese sono veritiere o meno deve ancora esserci rivelato. Tuttavia, almeno un fatto è stato già appurato: dopo così tanti anni dell’inclinazione occidentale di danzare sulle note dell’incessante violino piangente la serenata della vittima malinconica ebrea, i media occidentali stanno cambiando i loro gusti adesso, e sono intenzionati a confrontare la criminalità istituzionale ebraica.

Piuttosto che parlare dell’aumento dell’antisemitismo, faremmo meglio a parlare della crescita del criminalità istituzionale ebraica.

Gilad Atzmon
Fonte: http://palestinethinktank.com/

“SACCHEGGIATI GLI ORGANI DEI NOSTRI FIGLI"

Mi potreste chiamare un “mediatore”, ha detto Levy Izhak Rosenbaum, di Brooklyn, negli USA, in una registrazione segreta con un agente dell’FBI, che credeva fosse un cliente. Dieci giorni dopo, verso la fine del luglio scorso, Rosenbaum è stato arrestato ed è stato rivelato un grosso affare di riciclaggio e di traffico illegale di organi, stile “I Soprano”. L’attività di intermediazione di Rosenbaum non aveva niente a che fare con il romanticismo. Consisteva solo nell’acquisto e nella vendita di reni da Israele sul mercato nero. Rosenbaum dice che compra i reni a 10 000 dollari dalle persone indigenti. Poi procede a vendere gli organi ai pazienti disperati negli Stati Uniti a 160 000 dollari. Le accuse hanno scosso l’attività dei trapianti in America. Se corrispondono a verità, vuol dire che il traffico di organi è stato documentato per la prima volta negli USA, dicono gli esperti al New Jersey Real-Time News.

Alla domanda sul numero di organi che ha venduto, Rosenbaum risponde: “Davvero molti. E non ho mai fatto fiasco”, dice vantandosi. L’attività va avanti da parecchio tempo. Francis Delmonici, professore di chirurgia dei trapianti a Harvard e membro del consiglio di amministrazione della National Kidney Foundation, dice allo stesso quotidiano che il traffico di organi, simile a quello riportato da Israele, esiste anche in altre parti del mondo. Secondo Delmonici da 5000 a 6000 operazioni all’anno, il dieci per cento circa dei trapianti di reni nel mondo, vengono effettuate illegalmente.

I paesi sospettati di queste attività sono il Pakistan, le Filippine e la Cina, dove gli organi verrebbero espiantati dai corpi dei prigionieri giustiziati. Ma i Palestinesi nutrono anche forti sospetti che Israele catturi i giovani per impinguire le riserve di organi del paese – un’accusa molto grave, con tanti punti interrogativi da indurre la Corte Internazionale di Giustizia (CIG) ad avviare un’inchiesta sui possibili crimini di guerra.

Israele è stato più volte nel mirino per i suoi modi non etici di gestione degli organi e dei trapianti. La Francia è stata uno dei paesi che ha cessato la collaborazione di organi con Israele negli anni novanta. Il Jerusalem Post ha scritto che “ci si aspetta che gli altri paesi europei seguano presto l’esempio della Francia”.

La metà dei reni trapiantati sugli Israeliani dall’inizio del 2000 sono stati acquistati illegalmente dalla Turchia, dall’est europeo o dall’America latina. Le autorità sanitarie israeliane hanno la piena consapevolezza di questa attività ma non fanno niente per fermarla. Durante una conferenza nel 2003 è stato dimostrato che Israele è l’unico paese occidentale con una professione medica che non condanni il traffico illegale di organi. Il paese non prende provvedimenti legali contro i medici che partecipano a questo business illegale – al contrario, secondo il [quotidiano svedese] Dagens Nyheter i funzionari sanitari delle grandi strutture ospedaliere di Israele sarebbero coinvolti nella maggior parte dei trapianti illegali (5 dicembre 2003).

Nell’estate del 1992 Ehud Olmert, allora ministro della sanità, ha cercato di affrontare la questione dell’insufficienza di organi lanciando una grande campagna finalizzata all’inserimento del pubblico israeliano nel registro dei donatori di organi. Sono stati distribuiti mezzo milione di volantini nei quotidiani locali. Lo stesso Ehud Olmert è stato il primo a firmare. Un paio di settimane dopo, il Jerusalem Post ha riferito che la campagna era stata un successo. Non meno di 35 000 persone avevano firmato. Prima della campagna ce ne sarebbero state di norma 500 al mese. Tuttavia nello stesso articolo, il cronista Judy Siegel ha scritto che il divario tra la domanda e l’offerta era ancora grande. C’erano 500 persone in lista per il trapianto del rene, ma sono stati possibili solo 124 trapianti. Delle 45 persone in attesa di un fegato, solo tre sono potute essere operate in Israele.

Mentre la campagna era in corso, sono iniziati a scomparire dei giovani palestinesi dai villaggi della Cisgiordania e di Gaza. I soldati israeliani li riportavano morti dopo cinque giorni, con i corpi squarciati.

Le notizie dei corpi terrorizzavano la popolazione dei territori occupati. C’erano voci di un notevole aumento delle scomparse di ragazzi giovani, e dei conseguenti funerali notturni dei corpi sottoposti ad autopsia.

Ero in quella zona in quel momento, stavo preparando un libro. In svariate occasioni sono stato interpellato dai membri del personale dell’ONU preoccupati per gli sviluppi. Le persone che mi contattavano dicevano che il furto di organi avveniva sicuramente, ma che gli era impedito di intervenire in alcun modo. In occasione di un incarico da parte di una rete di emittenti televisive mi sono poi spostato per intervistare un grande numero di famiglie palestinesi in Cisgiordania e a Gaza – incontrando genitori che mi hanno raccontato come erano stati espiantati gli organi dei loro figli prima che fossero stati uccisi. Un esempio [delle persone] che ho incontrato in questo macabro viaggio è il giovane lanciatore di sassi Bilal Achmed Ghanan.

Era quasi mezzanotte quando è risuonato il rombo dei motori da una colonna militare israeliana dalla periferia di Imatin, un piccolo villaggio nelle parti settentrionali della Cisgiordania. I duemila abitanti erano svegli. Stavano immobili, aspettavano, come ombre silenziose nella notte, alcuni stavano stesi sui tetti, altri erano nascosti dietro le tende, i muri, o gli alberi, che fornivano protezione durante il coprifuoco pur offrendo una visuale completa di quella che sarebbe diventata la tomba del primo martire del villaggio. I militari avevano interrotto la corrente elettrica e l’area era ora una zona militarizzata isolata – neanche un gatto avrebbe potuto muoversi all’esterno senza rischiare la pelle. L’opprimente silenzio nel buio della notte era interrotto solo da qualche pianto sommesso. Non ricordo se tremavamo per il freddo o per la tensione. Cinque giorni prima, il 13 maggio 1992 un reparto speciale dell’esercito israeliano aveva usato la falegnameria del villaggio per un’imboscata. La persona che erano stati incaricati di fare fuori era Bilal Achmed Ghanan, uno dei giovani palestinesi che lanciano sassi e che rendevano difficile la vita dei soldati israeliani.

Come uno dei principali lanciatori di sassi, Bilal Ghanan era stato ricercato dai militari per un paio d’anni. Insieme ad altri ragazzi lanciatori di sassi si era nascosto sulle montagne intorno alla città Nablus, senza un tetto sopra la testa. Per questi ragazzi essere presi voleva dire tortura e morte – dovevano rimanere sulle montagne a tutti i costi.

Il 13 maggio Bilal ha fatto un’eccezione quando, per qualsivoglia ragione camminava non protetto vicino alla falegnameria. Neanche il suo fratello maggiore Talal sa perché ha corso questo rischio. Forse i ragazzi erano rimasti senza cibo e avevano bisogno di fare rifornimento.

Per il reparto speciale israeliano è andato tutto secondo i piani. I soldati hanno spento le sigarette, hanno messo da parte le loro lattine di Coca-Cola e hanno mirato con calma attraverso la finestra rotta. Quando Bilal era abbastanza vicino hanno dovuto solo premere il grilletto. Il primo colpo l’ha colpito al petto. Secondo gli abitanti del villaggio che sono stati testimoni dell’incidente gli avrebbero successivamente sparato un colpo a ciascuna gamba. Allora due soldati sono corsi fuori dalla falegnameria e hanno sparato a Bilal allo stomaco. Infine l’hanno afferrato per i piedi e l’hanno trascinato su per i venti gradini di pietra della scalinata della falegnameria. Gli abitanti del villaggio dicono che c’erano persone sia dell’ONU che della Red Crescent (Mezzaluna Rossa) nelle vicinanze che hanno sentito i colpi e che sono accorsi in cerca di feriti da soccorrere. Ci sarebbero state delle divergenze su chi avrebbe dovuto prendersi cura della vittima. Le discussioni si sono concluse quando i soldati israeliani hanno caricato Bilal gravemente ferito, su una Jeep portandolo alla periferia del villaggio, dove l’attendeva un elicottero militare. Il ragazzo è stato portato in una destinazione sconosciuta alla sua famiglia. È ritornato cinque giorni dopo, morto e avvolto in un tessuto verde ospedaliero.

Un abitante del villaggio ha riconosciuto il capitano Yahya, che era a capo della colonna militare che ha trasportato Bilal dal centro per le autopsie di Abu Kabir, fuori da Tel Aviv, al suo luogo finale di riposo. “Il capitano Yahya è il peggiore di tutti”, mi ha sussurrato nell’orecchio l’abitante del villaggio. Dopo che Yahya ha scaricato il corpo e ha sostituito il lenzuolo verde con un altro di cotone leggero, i soldati hanno scelto alcuni uomini tra i familiari della vittima per scavare [la fossa] e impastare il cemento.

Insieme ai rumori delle pale si potevano sentire le risate dei soldati che si raccontavano le barzellette mentre aspettavano di tornare a casa. Quando Bilal è stato sepolto gli è stato scoperto il petto. È stato subito chiaro per le poche persone presenti il genere di abuso che aveva subito il ragazzo. Bilal non è certo il primo giovane palestinese ad essere stato sepolto con uno squarcio dall’addome al mento.

Le famiglie in Cisgiordania e a Gaza erano certe di sapere esattamente quello che era successo: “i nostri figli vengono usati come donatori non volontari di organi”, mi hanno detto i parenti di Khaled di Nablus, come ha fatto anche la madre di Raed della città di Jenin e gli zii di Machmod e Nafes di Gaza, che erano tutti scomparsi per un certo numero di giorni, e che sono ritornati di notte, morti, dopo un’autopsia.

Perché tengono le salme fino a cinque giorni prima di lasciarcele seppellire? Che succedeva ai corpi in quel lasso di tempo? Perché fanno le autopsie contro la nostra volontà, quando la causa del decesso è ovvia? Perché restituiscono le salme di notte? Perché viene fatto con le scorte militari? Perché l’area viene isolata durante il funerale? Perché tolgono l’elettricità? Lo zio di Nafe era sconvolto e aveva tante domande.

I parenti dei Palestinesi morti non nutrivano più alcun dubbio sul motivo delle uccisioni, ma il portavoce dell’esercito israeliano ha affermato che le accuse di furto di organi erano menzogne. Ha detto che tutte le vittime palestinesi vengono sottoposte ad autopsia di routine. Bilal Achmed Ghanem è stato uno dei 133 Palestinesi rimasti uccisi in vario modo quell’anno. Secondo le statistiche palestinesi le cause dei decessi erano: colpito con arma da fuoco per strada, esplosione, gas lacrimogeno, investito intenzionalmente, impiccato in prigione, colpito con arma da fuoco a scuola, ucciso mentre era a casa, eccetera. Le 133 persone avevano da quattro mesi a 88 anni. Solo la metà di queste, 69 vittime, sono state sottoposte all’autopsia. La routine dell’autopsia per i Palestinesi uccisi, di cui parlava il portavoce dell’esercito, non ha riscontri con la realtà nei territori occupati. Gli interrogativi rimangono.

Sappiamo che Israele ha una grande necessità di organi, che c’è un grosso traffico illegale di organi che va avanti da molti anni, che le autorità ne sono al corrente e che i medici con posizioni dirigenziali nelle grandi strutture ospedaliere partecipano [al traffico illegale] insieme ai pubblici funzionari a vari livelli. Sappiamo inoltre che sono scomparsi dei giovani palestinesi, che sono stati riportati dopo cinque giorni, di notte, in assoluta segretezza, e ricuciti dopo aver subito un’incisione dall’addome al mento.

È il momento di fare chiarezza su questo affare macabro, di fare luce su quello che sta succedendo e su quello che si è verificato nei territori occupati da Israele dall’inizio dell’Intifada.

Donald Boström
Fonte: http://www.aftonbladet.se/

Tratto da: comedonchisciotte.org

mercoledì 16 novembre 2011

non dimentichiamo i fatti!

Il 23 Febbraio 1993 esplosero circa 500 chili di tritolo, contenuti in un furgoncino parcheggiato all’interno della Torre Nord del World Trade Center. Allora morirono sei persone, e ne restarono ferite più di trecento. Per questo attentato sarebbe stato arrestato, e poi condannato all’ergastolo, un arabo di nome Ramzy Yousef, che aveva ricevuto l’incarico di piazzare l’esplosivio da un ex-militare egiziano in pensione, tale Salem.
Si venne poi a sapere che in realtà Salem era stato assoldato e fornito dell’esplosivo direttamente dall’ FBI, che gli aveva detto trattarsi di una carica minima, intesa solo a collaudare le procedure di emergenza della Torre. Esiste infatti la registrazione di una telefonata, fatta segretamente dallo stesso Salem, nella quale egli protesta vivamente con il capo dell’FBI di New York, una volta resosi conto della potenza effettiva dell’esplosivo. Pare però che durante la telefonata Salem venga “convinto” a procedere comunque, anche se per fortuna Youssef parcheggiò poi il camioncino lontano dalle colonne centrali di supporto – come avrebbe voluto il piano originale – provocando  un danno molto minore del previsto. Salem fece poi avere il nastro della sua telefonata al New York Times e al Chicago Tribune, che ne parlarono un paio di volte, finchè il tutto ricadde nel più profondo silenzio mediatico.
VIGLIACCHI!